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Il desktop fallito di Linux
- da borgio3
Ho letto un articolo molto interessante (in inglese), proprio questa mattina; un articolo suggeritomi da Tuxmachines. Le ragioni dell'insuccesso di Linux sul desktop sono molteplici, ma rimane il fatto indiscutibile che Linux ha fallito nuovamente il suo obiettivo di vincere la battaglia sul mercato desktop. Le promesse fatte in passato, le dichiarazioni succedutesi di anno in anno e l'entusiasmo megalomane di alcuni personaggi di spicco nel mondo Linux (come indicato nell'articolo in oggetto), hanno fatto acqua e la nave non solo non solca le onde del mercato desktop, ma rischia di affondare. Non ne sono personalmente preoccupato, ma mi convinco maggiormente del fatto che la vita degli utenti desktop di Linux è destinata a rimanere difficile e tormentata. Ed in ciò io vedo anche i lati positivi, laddove "difficile" imponga agli utenti l'impegno a fare le cose per bene e dove "tormentato" induca gli utenti svogliati ad andarsene dal mondo Linux che, per questo, non soffrirà. Nel desktop Linux non ci credono i produttori hardware, non ci credono gli investitori, non ci crede il mercato in generale e non ci credono soprattutto i consumatori. Non è una mia opinione, è un dato di fatto per il quale l'utenza Linux è passata dallo 0.7% all'1% in due anni; un incremento non proprio forriero di entusiasmi finanziari e di mercato. Anche il mercato Netbook è collassato sotto la rassicurante oppressione Windows e il desktop Linux è rimasto un fantasma a cui la gente comune non guarda, o ne ha una visione distorta e terribile. In fondo cosa potrebbe rendere effettivamente appetibile il dekstop Linux presso gli utenti: - Innovazione
- Hardware pienamente compatibile
- Software di facile impiego
- Connettività perfetta
- Prezzo concorrenziale
- Affidabilità
- Usabilità
- Assistenza
Cosa viene offerto attualmente, e al 100%, di quanto elencato? Pressochè nulla! Cosa c'è di effettivamente innovativo nel desktop Linux? Compiz? Il Pager? Il Terminale? GNOME? KDE? Xfce? Enlightenment? Il primo ha effetti grafici che sono senz'altro strabilianti, ma che in definitiva non aumentano la usabilità più di quanto MacOS X non offrisse 6 anni fa. Il Pager è uno strumento in larga misura attualmente inutile, date le dimensioni dei monitor per PC o degli schermi dei portatili disponibili sul mercato. Rimane forse qualche margine di impiego nel mondo dei Netbook, ma quale utente abituato a Windows potrebbe capirne i vantaggi e usarlo con profitto? Il Terminale non è un oggetto innovativo. Lo è nella mentalità di chi (ancora) non lo conosce, ma scoprirà presto che non gli migliora la vita nell'uso del sistema desktop di Linux, anzi! Forse che l'ibernazione sia una innovazione? Potrebbe esserlo se almeno funzionasse sempre e con prestazioni adeguate, come quelle di MacOS X, ma sappiamo bene, da utenti Linux, che non è proprio così. I vari dekstop environment hanno architetture e basi così diverse da creare divisioni intestine tra i vari programmatori, interfacce differenti, soluzioni differenti, strumenti differenti, ma non apportano alcunchè di innovativo rispetto a quello che è già oggi disponibile in altri sistemi all'arrembaggio del mercato. L'innovazione attuale nel dektop Linux è l'inclusione o meno di un software particolare e la virtualizzazione che, per avere prestazioni accettabili/professionali, richiede comunque il pagamento e l'accettazione di licenze e forzature commerciali. La questione "Hardware Compatibile" rimane ancora oggi la vera spina malefica che invalida il mercato desktop di Linux. Il plug-and-play è un miraggio per molti utenti e l'uscita delle nuove versioni delle varie distribuzioni, mette ogni volta in crisi le certezze dell'utenza, al riguardo delle proprie dotazioni hardware; esempio ne sia la recentissima uscita di Ubuntu 9.10 'Karmic Koala' che ha scatenato le ire di migliaia di utenti. Allo scrivente medesinmo, ha creato difficoltà cruciali al riguardo della internet key HUAWEI E1692. A questo va poi abbinato il fatto che l'assistenza non è capillare da parte della distribuzione Linux scelta e tantomeno da parte delle aziende produttrici di hardware che, quando sentono la parolina magica 'Linux', fingono persino di non sapere cosa sia. Non è sensato nemmeno trincerarsi dietro alla scusante per la quale sono i produttori hardware ad avercela con Linux, in quanto non rilasciano i drivers per la periferica da loro commercializzata. In tempi di crisi, spendere non è un verbo di cui se ne voglia fare un uso ampio e magnanimo e produrre drivers alternativi ha un costo, maggiorato dal fatto che forse non se ne vedrà nemmeno il compenso. Se ci mettessimo un attimo dalla parte di chi deve investire, a chi daremmo i nostri soldi a Debian? A Canonical? A Mandriva? A Novell? A Gentoo? A Patrick Volkerding? Ad Arch Linux? O a quale delle centinaia di progetti Linux desktop in attività? Ammettiamolo! Se dovessimo investire il nostro denaro nell'informatica desktop, lo faremmo con la dichiarata intenzione di aumentare il capitale investito e lo faremmo con una Azienda, non con un ideale o con prospettive future che sono rimaste prospettive croniche! Il software disponibile su Linux, pur ammontando a svariate migliaia di applicativi e strumenti, si riduce a poche decine di prodotti veramente ben fatti e in grado di sostituire o soppiantare il software proprietario. Certo, le applicazioni di uso medio sono più che sufficienti e l'utenza ne sarebbe pienamente soddisfatta, ma dal canto professionale la situazione è veramente triste. Gli strumenti disponibili nel mondo desktop commerciale dispongono di caratteristiche che mancano drammaticamente nel mondo desktop Linux, a cominciare dalla grafica, per non parlare della multimedialità e del software gestionale, per non trascurare poi l'ambito del web editing ed altro. Non va poi dimenticato il fatto che la gestione del software, nel dektop Linux, impone (per ragioni più che valide) l'uso dell'account di root che, sebbene facile da usare, è vissuta dagli utenti Windows come una inutile perdita di tempo. Non mi addentro nella disquisizione sulle dipendenze che l'utente medio non solo non capisce, ma non vuole nemmeno capire; per lui quello che conta è che il programma funzioni subito. Oggi la connettività con il web non è un privilegio, ma un diritto ed è così vero che l'informatica desktop si stà spostando verso il "cloud computing" a larghi passi, per cui gli utenti useranno strumenti non residenti nel proprio pc, ma in rete. Ne consegue che il poter connettersi al web è un "must". Purtroppo in Italia la copertura Web ADSL è ridicola e non si accenna nemmeno a WIMAX e se, a questo handycap, si aggiunge che non tutto l'hardware adibito alla connettività è supportato in Linux, si capisce come il sistema del Pinguino sia destinato ad avere sempre qualcosa in meno da offrire. Anche lo spasmodico rilascio di versioni dello stesso sistema (Ubuntu, Fedora, openSUSE, Mandriva, per nominare le più conosciute distro disponibili) ogni sei/otto mesi, crea spesso così tante magagne alle connessioni, da far scappare chi si avvicina al mondo del Software libero; magagne relative alla compatibilità, alla rimozione di drivers, a bug del kernel e a tanti altri motivi che hanno un solo risultato finale, la connessione al web smette di funzionare e bisogna diventare pazzi a capire prima il perchè e poi a trovare la soluzione ed applicarla. Il successo intramontabile di XP è stato decretato dalla sua sostanziale affidabilità nel tempo e dal fatto che il sistema continuava a funzionare sullo stesso computer anche dopo anni di servizio, pochi aggiornamenti e molte manutenzioni. Con Ubuntu ciò che va con una versione, potrebbe non andare con quella dopo, cioè centottanta giorni dopo. Non c'entra nulla il fatto che Windows si becca i virus o fa aggiornamenti di nascosto, o che ha il file system confuso, o che il disco necessita di defrag. Il fatto è che funziona per quello che l'utente chiede e sullo stesso hardware, anche se bisogna reinstallare tutti i driver. Se su Linux non c'è il driver, non c'è più nulla da fare e i driver non ci sono per tutto. Linux, in una delle tante distribuzioni disponibili non ha un costo per l'utente e questo è uno dei vantaggi maggiori percepiti dalla gente, ma se si considerano le difficoltà legate alla compatibilità hardware, il costo di far andare una Linux box, potrebbe non essere indifferente. Supponendo che una stampante non sia supportata da Linux, o che un modem USB non venga visto, o che una fotocamera non sia supportata, pensate che l'utente voglia spendere altro denaro per usare Linux, quando quello stesso hardware su altri sistemi commerciali funziona alla perfezione? Non credo. Il costo non è solo in termini di soldi, ma anche in termini di tempo e spesso (specie dopo il rilascio della nuova versione), il tempo da impiegare per far funzionare una periferica è troppo per essere considerato accettabile - sempre ammesso che l'utente ce la faccia a capire cosa deve fare. L'affidabilità di un sistema Linux, una volta configurato a dovere, è leggendaria e inattaccabile, ma quando la nuova versione si insedia nello stesso computer, la sua affidabilità è messa spesso a repentaglio. Se un utente è entrato nel mondo Linux con Ubuntu 8.10 e si è trovato subito bene, potrebbe avere avuto dei problemi nel passaggio alla versione 9.04 e se anche li avesse risolti, dopo svariate sedute di configurazione - cominciando quindi a percepire l'affidabilità di Linux non più tanto indiscutibile - con il passaggio alla versione 9.10 potrebbe convincersi che Linux non è affidabile se ad ogni nuovo aggiornamento si deve cominciare tutto d'accapo. Non ci si può trincerare dietro la frase scontata "Basta non fare l'avanzamento di versione!". Se vengono pubblicate nuove versioni, significa che ci sono delle migliorie e se ci sono delle migliorie, perchè non prenderne possesso? Il fatto è che le migliorie presuppongono, quasi sempre, dei peggioramenti almeno iniziali e questo non è bello. Io, che uso solo Linux sul desktop da quattro anni, non ho delle ricette che possano dargli una possibilità di essere considerato credibilmente un sistema desktop alternativo. Io lo uso, con entusiasmo e bene. Penso che l'unica via da percorrere sia quella di rimanere con i piedi per terra, migliorare progressivamente, senza fanatismi o proclami di perfezione e prossima invasione del mondo informatico. Credo che Linux debba rimanere quello che è, una scelta personale e basta, il mercato è un posto in cui Linux ha solo da rimetterci. Linux è un bellissimo, interessantissimo progetto, colmo di libertà e condivisione, ma esclusivamente dedicato e utile a persone che vogliono scegliere. Scegliere se usare o meno Linux. Peccato che il mercato dell'informatica desktop sia gestito dal denaro (come tutto il mercato) e il denaro - chi ha il denaro - ha solo due opportunità: perderlo o incrementarne il quantitativo posseduto. La prima non è contemplata! Nel cassetto dei desideri, mi piacerebbe vedere Canonical che completa la sua opera con computer prodotti da lei stessa (UbuntuBox), esteticamente belli, perfettamente funzionanti, innovativi nelle soluzioni ed usabili al massimo grado, magari anche costosi, ma in grado di fare la differenza, senza cercare di somigliare a qualcun altro. Non è affatto obbligatorio che Ubuntu funzioni ovunque. La compatibilità a 360 gradi non si raggiungerà mai, ma chi farà una certa scelta, sarà trattato come merita. Apple (ed i risultati del suo mercato) insegna! Se tale progetto avrà successo, lo vedremo, ma per quanto tempo Canonical potrà procedere sul percorso intrapreso? Buone sensazioni
- da Giorgio Beltrammi
Le giornate cominciano talora in modo positivo, talaltra meno. Io non avevo cominciato male la mia giornata, anzi, ma non c'era effettivamente nulla che me la facesse apparire generosa o entusiasmante e guidare nel traffico cittadino non favorisce in me la positivizzazione della giornata. Ad un incrocio ho visto un'auto che giungeva alla mia destra e malgrado avessi io la precedenza e valutando che poco dopo mi sarei dovuto fermare al semaforo, l'ho fatta passare. Il conducente mi ha rivolto un breve, ma evidente segno di gratitudine ed è passato. Un piccolo atto di generosità ed un breve cenno di gradimento. Fugaci, brevi ma sincere migliorie della giornata di entrambi, ma testimonianze del fatto che basta poco per sentirsi meglio e migliori. Se ogni giorno fossimo tutti in grado di scambiarci cortesie e ringraziamenti, potremmo rendere le nostre giornate più belle e umane, ne sono più che convinto. Se anzichè scambiarci dei soldi, ci scambiassimo ciò che di meglio siamo, forse ci sarebbe meno traffico di auto per le strade ed un gran traffico di buone parole, di sorrisi, di comprensione e tolleranza. E' chiedere troppo? E' offrire troppo? Non credo!
Per inciso, poche centinaia di metri dopo, ero io nella condizione di colui a cui avevo dato strada poco prima e il conducente che aveva la precedenza, ha rallentato e mi ha fatto passare ed io l'ho ringraziato con il semplice gesto di alzare la mano. Dare strada alle persone non significa solo fermarsi con l'auto e attendere che passino, ma dare strada alla nostra innata generosità. Fenomeni a Ferragosto
- da Giorgio Beltrammi
Io non sono propriamente uno di quelli che amano passeggiare e, ancor meno, amo frequentare i posti-comuni, ovvero quelli che sono frequentati dalle masse di popolo, ma avevo voglia di un gelato e mi sono recato presso una di quelle gelaterie pret-a-porter che si trovano lungo il viale Ceccarini, a Riccione. Una coppetta bacio e alabama. Buono e fresco che, nella calura delle quattro e mezza, mi ha fatto solo bene.
Ho poi deciso di fare una breve visita al turismo di massa.Di massa in effetti ce n'era veramente poca e, per essere ferragosto - di sabato, mi ha fatto pensare al peso di una crisi che nessuno riesce a capire se c'è o no. Come sempre accade, ci sono i "fenomeni" che ho osservato con piacere. C'erano i turisti "Guardate che fisico", quelli che vanno in giro a torso nudo tutto il giorno ed anche di sera, per mostrare il pettorale gonfio (o gonfiato) e l'addominale-tartaruga (Ninja). Camminano a tratti e nel momento di pausa fanno una lenta piroetta, per non escludere nessuno dalla contemplazione del fisico innaturale, ma che-fa-figo. Sono pompati talora in modo pacchiano ed hanno anche il cattivo gusto di depilarsi e mostrare una follicolite diffusa che, per chi ha la fobia delle malattie, teme che possa trattarsi di un contagiosissimo Herpes Zoster. Quelli un po' più pudici indossavano una canotta modello "Muratore anni '60" con scollatura anteriore a livello ombelicale. Poi c'erano i soggetti "Take a look on my tattoo". Canottati, abbronzati, con tatuaggi a tutto braccio, rigorosamente monocolore e con motivi astrusi, ma sempre un po' tra il vichingo, il fantasy e l'horror. Sono spessissimo dotati di accessori come piercing alla otorinolaringoiatra (labbro-naso-orecchio-lingua), braghe a mezza-chiappa, con mutanda finta-firma, scarpe All Stars-like con lacci rigorosamente li per bellezza e capello a leccata sulla fronte sopra o sotto l'occhiale in cinemascope. Altrimenti mostrano una rapata selvaggia chemio-style. Anche questi camminano gesticolando con il braccio tatuato, al quale fanno fare piroette alla Yuri Chechi. Poi c'erano le Trio-trans-girls, che vanno in giro in tre. Occhialoni a 22 pollici, borsettina porta-salvaslip, camminata maschia, tatuaggio sacro-iliaco, monorecchino e parlata biascicata non a bassa voce. Mancava loro solo il rutto da 7 secondi ed una grattatina agli ovetti. Erano al di fuori di qualsiasi desiderio maschile e dei veri e propri maschi mancati. Trans al contrario! Poi c'erano uno o due esemplari di Femmina verace. Sono quelle femmine del genere umano, alle quali un cinquantenne come me non risparmia una occhiata compiaciuta e un pochino bramosa. Abitino leggero adagiato su curve ben fatte, a sfiorare un corpo molto ben architettato, camminata soffice, gesti misurati ed un sorrisino traditore della loro consapevolezza di piacere agli uomini. E infine la Pantera (vecchia) Rosa. Credetemi, era veramente un fenomeno. Camminava insieme ad una amica, anche lei ultra 55enne, ma molto meno appariscente. Suddetta pantera era così abbigliata: - costumino mare bianco da 7 grammi con reggiseno della Barbie e tanghino infrachiappe, indossato su un fisico evidentemente scaduto/scadente - sopra al costumino un tulle rosa a mo' di vestito a maniche lunghe, con trasparenza indecente. Peccato che la trasparenza facesse trasparire anche rughe e grinze che sarebbe stato più decoroso celare sotto un più sobrio abito bianco. - ai piedi due zatteroni 17cm con tomaia bianca - cavigliera di bigiotteria - borsone fantasia e cappellone a tesa larga - Occhialone Camminava alla funambola, parlando e gesticolando. Un autentico fenomeno del cattivo gusto, tanto che alcuni ragazzacci ventenni, vedendola passare, si scambiavano gomitate, ridendole quasi direttamente in faccia con una espressione tra l'incredulo e il disgustato. E' vero che ognuna ha il diritto di andare in giro come meglio le confà, ma ammetto che più che una signora fieramente testimone della sua età, sembrava una tardona con crisi cronologica. Eh, Riccione è così; passerella di moda e di vergogne che meritano una occhiata, se non altro per convincersi che il mondo è bello perchè è [a]vari[at]o! Ciao  La bella vacanza
- da Giorgio Beltrammi
Certo che deve essere molto difficile vivere nelle grandi città del nord. Deve essere proprio una vita dura se cercano tutti di scappare da essa non appena è possibile. Questa mattina, verso le 7.45, ad un incrocio del centro di Riccione, ho visto i quattro occupanti di una Picasso, sbadigliare all'unisono. Bocche dilatate oltre i limiti umani dell'articolazione temporo-mandibolare. Occhi gonfi di sonno ed una lentezza tipici di chi ha dormito poco e viaggiato troppo. Era un'auto che proveniva da Milano (così almeno diceva la targa!. Ho pensato che fossero appena arrivati e che cercassero il loro albergo, ma forse no. Forse erano solo stati fuori tutta la notte a divertirsi, ma i due davanti avevano, ad occhio, almeno 50 anni, mentre le due ragazze di dietro erano poco più che teenager. Avevano, insomma, più l'aria di mamma e babbo che portavano la famiglia al mare. Ma cosa ci sarà di bello qua, da indurre quei 4 disgraziati a:- alzarsi alle 4 di mattina per prendere la macchina e mettersi sull'autostrada - mettersi in viaggio sulla strada più noiosa ed affollata d'agosto - venire in un posto dove, a parte il mare, non c'è altro - spendere un pacco di soldi per bagnarsi il culo in un lago salato - dormire poco - cuocersi al sole - essere rapinati da bar, gelaterie e ladri veri e propri Insomma io non capisco che soddisfazione possa esserci a venire in vacanza a Riccione (ma anche Rimini, Cattolica, Bellaria, ecc.). Tutto è ristretto, affollato, carissimo, banale. Eppure la gente ci viene e forse sono io che sono abituato a questi posti. Tornando alle famiglie che arrivano qui in vacanza, come quella di cui dicevo dianzi, giungono in albergo esausti da un viaggio estenuante, ma visto che il tempo è tiranno e denaro, vogliono sfruttare fino all'ultimo raggio di sole. Scaricano in fretta la macchina, si piazzano nella camera d'albergo, si cambiano in fretta per mettere la divisa da mare e poi si stendono al sole con la crema protezione 200 (che in sintesi è una mano di cementite) e si addormentano sfiniti. Quando si svegliano sono letteralmente lessati. Eggià perchè la crema ha fatto l'effetto della stagnola usata per il pesce al cartoccio: - temperatura cutanea 46°C - temperatura interna 112°C, che se hanno una appendicitina iniziale, la maturano entro mezzogiorno. Vanno a pranzo, ma non hanno fame in realtà. Tuttavia mangiano tutto perchè l'hanno pagato. Vanno poi a fare la pennichella e alle quattro, ancora pieni di pranzo, ritornano in spiaggia per la seconda fase della cottura. Camminano su una sabbia rovente che li fa danzare alla pellerossa. Era molto che non ballavano così! Si ristendono al sole con la crema protettiva di cui sopra, poi alle 5 - in orario sicuro - tentano di fare il bagno nel Mar di Riccione e qui c'è da farsi quattro risate grasse. Dato che hanno una febbre a 47.3°C, qualsiasi sia la temperatura del mare, è sempre troppo fredda. Entrano in acqua guardinghi, cominciando a camminare in punta di piedi e tenendo le braccia alzate a venti metri dal bagnasciuga. Sembra che camminino sui vetri. Appena una piccola onda bagna un loro piede, si assiste, o alla fuga ululante fino alla distanza di sicurezza di 50 metri dallo stabilimento, oppure lanciano un grido di dolore come se fossero stati marchiati a fuoco. Quelli che sono a 50 metri dallo stabilimento iniziano esercizi di yoga e respirazione tantrica per evocare gli spiriti e gli dei del mare, affinchè scaldino un po' l'acqua. Quelli che sono rimasti con un piede a bagno, non hanno più il coraggio di appoggiare l'altro e rimangono così, volendo far credere di essere una variante di fenicottero umanizzata. Il processo di avanzamento è così lento che ogni centimetro di mare conquistato, vive lo stesso dramma dello sbarco in Normandia, ma al contrario. Appena l'acqua marina giunge a bagnare i genitali esterni, il grido di dolore è lancinante e i maschietti gridano in falsetto a testimoniare il congelamento proditorio degli zebedei. A quel punto il tuffo non è rinviabile. Questo avviene goffamente con un ritorno a galla quasi istantaneo e rigido.Bagno finito! Di nuovo in branda dopo una doccia da 3 metri cubi d'acqua che per essere consumata richiede almeno 150 pigiate del pulsante di irrorazione (ogni pigiata dura 2.5 secondi). Alle 18.30 rientrano in albergo per la cena. Nuova doccia da 3 metri cubi. Cambio d'abito per la cena e la passeggiata serale.Si siedono a tavola guardandosi reciprocamente con incredulità. Tutti con una faccia rossa, gonfia e con un leggero sorriso beota. La passeggiata serale consiste in un paio di "vasche" lungo il Viale Ceccarini, tra centinaia di altri turisti che si fanno largo a gomitate, per poi sedersi in gelateria a mangiare una coppa gelato che costa come una fiorentina al tartufo bianco. Ma in vacanza e con la meningite solare, si è disposti a fare anche queste cose. Il rientro in albergo avviene verso le 23.00, più per stanchezza che per abitudine. I due cinquantenni cercano un fugace rapportino, con lei infuocata dal sole più che dall'amore e lui bruciato, che cerca di tirar fuori quegli zebedei ancora in ritiro dopo l'era glaciale patita con il bagno di sei ore prima. Chissà le due ragazze dove sono? Non importa. Il primo giorno di vacanza è trascorso. Faticosamente, ma è passato. Il Negazionismo
- da Giorgio Beltrammi
E' un periodo nel quale i miei studi storici del '900 girano intorno al fenomeno terribile e tragico dell'Olocausto. E' una parentesi storica ignobile, indegna di qualunque popolo e ingiustificabile per chiunque. Sebbene siano trascorsi moltissimi anni da quel 27 gennaio 1945 - che da allora è divenuto il giorno della memoria - il ricordo è sempre vivo e le coscenze si turbano al vedere simili atrocità. Eppure i tentativi di revisionismo ce ne sono stati e ce ne sono tanti, quasi a voler cocciutamente reinterpretare la storia, gli avvenimenti e le ragioni che hanno determinato il più feroce ed enorme omicidio premeditato di massa della storia del genere umano. Purtroppo per chi crede che la storia possa essere riletta in chiavi più miti e perdoniste, l'Olocausto o Shoah non può essere interpretato in altro modo se non in quello che deriva dalle immagini, dalle testimonianze, dai resti e dai reperti di vite vissute nei campi di concentramento/sterminio in cui la vita di ogni recluso era destinata ad avere una fine violenta e non naturale. Il negazionismo è poi la forma più odiosa del revisionismo. Un veleno insidioso che annebbia le coscenze e offende vivi e morti. Negare che svariati milioni di persone siano state deliberatamente uccise, torturate, sfruttate fino allo sfinimento ed i cui resti siano stati inceneriti per cancellare la loro stessa esistenza, significa negare la storia, negare l'evidenza, negare la verità; significa tacciare di mendacia chi ha ancora i segni dell'atrocità marchiati sul proprio corpo. Significa negare il dolore, negare l'evidenza delle testimonianze scritte dei documenti redatti dagli stessi carnefici. I negazionisti appartengono alla vergognosa schiera di chi crede che ci siano persone indegne di vivere liberamente la propria vita, non rendendosi conto nemmeno di non essere, loro stessi, degni della propria. Il tempo passa e i testimoni diretti di quella pagina lugubre e insanguinata, un giorno non potranno più raccontare la loro esperienza ed è per questo che abbiamo l'obbligo di ricordare, di sapere, di tramandare il dolore, per non doverlo più rivivere negandolo. Un Cuore bucato
- da Giorgio Beltrammi
Erano le 8 e 15 circa di questa bella domenica estiva ricca di sole e stavo conversando al cellulare con la donna che amo, quando un beep mi avvisa che c'è una chiamata sotto: "Mi sa che ci siamo, amore mio. Ti devo lasciare" "Buon lavoro allora. Ciao Giò!" Chiudo la comunicazione e guardo chi mi ha chiamato. E' l'ospedale. "Cosa c'è? Mi avete chiamato?" "Si, c'è un gran casino qui. Un emergenza... ... cuore perforato. Fa svelto!" Nella mia storia di ferrista di sala operatoria è la terza volta che mi capita che qualcuno venga accoltellato e si becchi il fendente al cuore. I primi due li abbiamo salvati. Vediamo questo. Piglio la mia macchina e faccio il breve tragitto di strada che mi separa dall'ospedale. Parcheggio come mi pare e con una leggera corsa (dato il mio peso da libellula pachidermica) raggiungo il marcatempo. Timbro e prendo le chiavi del blocco operatorio. Già fuori dall'ascensore si sente qualche ordine perentorio dato dall'anestesista ai due infermieri di PS per cercare di stabilizzare un paziente che potrebbe morire in un batter d'occhio. Entro nel blocco e mi cambio rapidamente. Il paziente è già nel corridoio buio del blocco, ha già il tubo, un paio di vie venose e il catetere vescicale. "Dai entra!" "Bisogna metterlo sul letto chirurgico. Dove sono i tuoi colleghi?" "Non lo so, ma arrivano. Dai accosta il letto. Al tre!" "Uno, due... tre!" Siamo in quattro intorno a quell'uomo grosso e giovane, io, due infermieri del PS e un anestesista. "Dov'è il foro?" chiedo, per vedere dove è entrato il cacciavite."Sotto al capezzolo sinistro!" E' un foro piccolo, forse 4-5 mm. e sembra strano come con un foro così piccolo si riesca mettere in ginocchio la vita di una persona. Al chirurgo chiedo: "Cosa devi fare?" "Devo aprire lo sterno!" "OK!" Allestisco un paio di container e preparo due tavoli, uno coi ferri per aprire il torace e riparare il cuore e uno per lo sternotomo - una sega reciproca con limitatore di profondità per tagliare longitudinalmente lo sterno. La mia collega, giunta da pochi minuti, mi apre il resto del materiale: due aspiratori, 20 garzone grandi, 10 piccole, una lama da bisturi, i guanti per i tre chirurghi. Mentre si lavano, disinfetto il torace e buona parte dell'addome, dal cavo ascellare destro e sinistro, fino alla regione sottoombelicale.Allestiamo insieme il campo chirurgico, effettuiamo i vari collegamenti del bisturi elettrico, della bipolare, i due aspiratori, le manopole alle lampade e il chirurgo incide la cute, dal giugulo alla parte superiore dell'addome. Il sanguinamento è buono, il che indica che il paziente è in discrete condizioni e che non c'è una perdita di sangue di eccessive proporzioni.Lo sternotomo seziona lo sterno con discreta facilità e accediamo al cavo mediastinico dove si vede quel cuore ferito, pulsare dentro al suo sacco pericardico. Per tenere aperto quel varco viene applicato un divaricatore autostatico."Tieni l'aspiratore pronto!" "Dai dammi da aprire." "State pronti!" Con un leggero colpo di forbici, il chirurgo apre il pericardio ed un discreto spruzzo di sangue finisce direttamente nei due aspiratori pronti attorno alla breccia pericardica. La piccola apertura viene allargata in modo da mostrare l'intero muscolo cardiaco che pulsa regolarmente, quasi a infischiarsene del danno subito. Tanto sangue, qualche coagula, ma nessun evidente e imponente sanguinamento E' sempre spettacolare vedere il motore della vita che fa il suo lavoro incessantemente. Ne ho potuto distinguere alcune parti mentre il cirurgo cercava la lesione. "E' lì!" "Dammi un punto." "Prolene 3 zeri o 2 zeri?" "Dammi un tre." Fisso l'ago sul portaghi e lo dò al chirurgo che lo applica al musolo cardiaco facendo delle autentiche peripezie perchè nessuno può immaginare quanto sia difficile dare un punto su una cosa che si muove e si contrae e non può essere fermata. "Si è fermato? (il sanguinamento nda)" "Si adesso è fermo." "Esplora il cavo e aspira." "Dammi da lavare." Con un siringone lavo il cavo pericardico, mentre l'aiuto aspira. "Carla come va lui?" "Bene. 140/75 di PA. E' stabile, ma secondo voi a sinistra ventila?""Forse il polmone è bucato. Dai, dammi da aprire, facciamo una minitoracotomia." Apriamo il torace al quinto spazio intercostale per valutare le condizioni del polmone forse trafitto dal cacciavite, ma dopo una accurata ispezione favorita anche da strumentario dedicato alla toracoscopia, si rileva che il polmone non ha subito danni e che solo la pleura è stata lacerata. Forse il colpo è stato inferto con una angolazione che andava da dietro verso l'avanti e solo il cuore si trovava sul suo tragitto. Applichiamo due tubi di drenaggio in aspirazione nell'emitorace di sinistra, uno a caduta dentro al pericardio ed un altro a caduta nel cavo mediastinico. Completiamo la chiusura della toracotomia antero-laterale sinistra e ritorniamo ad ispezionare il mediastino per valutare sanguinamenti ulteriori e la riparazione cardiaca. Sembra tutto a posto. I chirurghi applicano i punti metallici di chiusura sternale e si conclude l'intervento. Sono passate solo due ore e 35 minuti. Il paziente è salvo, escludendo complicazioni. Un cuore bucato è una emergenza entusiasmante e molto rara. Una lotta contro il tempo, contro il sangue che cerca di uscire dal varco creato dall'odio e dalla cattiveria. Un uomo stava per morire, ma noi tutti (7 persone), ci siamo opposti e come sempre accade in queste evenienze, ognuno sa a suo modo capire cosa e come deve fare la sua parte per evitare che la morte faccia il suo inesorabile compito. Abbiamo lavorato bene, capaci, sintonizzati, senza tante parole, ma con tanti gesti ben fatti nel tempo e nel modo giusto. Quel tizio non è ne nostro parente, ne nostro amico, ma semplicemente un uomo che stava crollando sotto il peso dell'odio di qualcun altro. Eppure abbiamo fatto quello che umanamente e professionalmente andava fatto, salvargli la vita. Se sapessimo fare la stessa cosa con chi, nel mondo, soffre e stà morendo pur non essendo nostro amico o parente, saremmo veramente degni della nostra umanità. E' stata una bella domenica. Davvero! Paura di esserci
- da Giorgio Beltrammi
In questi giorni, la nazionale americana di nuoto effettua i suoi allenamenti - in vista dei prossimi Campionati Mondiali di Roma - nella piscina comunale di Riccione, a due passi dalla mia residenza. Per questo evento sono state bloccate tutte le attività natatorie per la restante parte della popolazione e tutto è stato predisposto per quindici giorni blindati di allenamenti, affinchè sia evitato agli atleti qualsiasi attentato alla loro sicurezza. Così, per l'ennesima volta e per ogni volta che qualcosa di americano si muove nel pianeta, viene mostrato il loro reale stato di prigionieri. Ovunque vadano vivono nel terrore, nel ttimore di essere oggetto di attacchi, di offese e danni, anche in occasione di una semplice preparazione agonistica. Mi chiedo se si siano mai chiesti le ragioni per le quali siano costretti a vivere nella paura. Forse perchè la loro "democrazia armata e fumante" abbia fatto più disperati che uomini liberi? O forse che i calci e le cannonate che hanno elargito democraticamente abbiano causato qualche sentimento di odio e vendetta e temono che qualcuno glieli voglia restituire con gli interessi? O forse che temano per l'incolumità altrui, minacciata dalla loro stessa presenza? Poveretti! Deve essere un gran brutto vivere, il loro. Sempre alla ricerca di sicurezza. Sempre alla ricerca di un posto che li accetti pacificamente e serenamente. Sempre pronti a difendersi Sono talmente impauriti che temono che anche in una tranquilla piscina italiana di un paesotto come Riccione, ci sia qualcuno che voglia arrecar loro qualche danno. Temono le conseguenze del solo fatto di esserci. Sono dei dannati, dei condannati. Mi fanno pena, sinceramente. Non sono loro il popolo che può aiutare l'umanità, ma l'umanità intera che dovrebbe aiutarli. Eppur venendo a nuotare in un paese amico, si intuisce che loro non hanno amici, che non si sentono circondati di amici. Un povero popolo solo, solitario, senza amici e senza pace! Giornalismo Eversivo
- da Giorgio Beltrammi
In questi giorni, i giornali mostrano ancora una volta la devozione a non dare notizie interessanti e veramente utili, per seguire lo scandaletto che avvelena le già avvelenate giornate del nostro cavaliere scavallato nazionale. Si sa agli italiani piace più ascoltare/leggere degli scandali sessual-tormentoni che dei propri problemi legati al decadimento di una nazione. Non entro nel merito di quello che ha combinato il nostro uomo della provvidenza-unto-del signore, non me ne frega nulla, non ne sono informato nei dettagli e non è quello che mi interessa di illustrare in questo breve pensiero. Quello che invece vorrei dire è che sono esausto di questa politica delle vergogne, della fuffa, del nulla. Sono stanco di essere offeso da questo giornalismo da bettola, da questa stampa unificata. Sono schifato da queste questioni finto-morali, mentre sono preoccupato per il futuro di mio figlio, dei nostri figli; per non parlare del mio futuro, del nostro futuro. Mentre il paese annega, soccombe e imputridisce nel malaffare, nella povertà culturale etica ed economica, i giornali parlano di nulla. Persino i giornaletti scandalistici riescono ad essere più informativi. Da loro non ci si aspetta altro che il resoconto degli scandaletti viziosi e qualche foto - più vomitevole che piccante - di qualche culo o tetta delle solite donnette, ma dalle testate giornalistiche storiche mi aspetterei delle inchieste vere, delle vere notizie. Mi aspetterei che la stampa mettesse alla prova questa italia maldicente e piccola, che torchiasse veramente e per cose serie i nostri politici. Mi aspetterei che parlassero di futuro, di progetti, di cose da fare e ancora non fatte. Mi aspetterei che facessero il loro vero mestiere. Invece nulla. Pagine e pagine di stronzate, inchieste già vecchie e ridondanti, notizie di cronaca raccapriccianti e le solite divagazioni sul tempo, la crisi economica, lo sport venduto ed altre vaghezze. Il giornalismo italiano - per fare da eco al cavaliere scavallato e imbellettato - è veramente eversivo. Ma non contro il palazzo ed i suoi manigoldi, ma contro il giornalismo stesso. L'eversione, talora, non è travisare la verità, ma non dirla. Il Popolo della NON-Libertà
- da Giorgio Beltrammi
I risultati delle ultime elezioni europeo-amministrative hanno fornito numeri sui quali riflettere. La prima riflessione che mi viene di fare, è che la politica ha confermato ancora di essere troppo distante dalla gente comune e questa distanza è ricambiata dalla gente. Poco meno del 68% degli elettori italiani, ha sentito il dovere di onorare il proprio diritto ad esprimere una scelta e in Europa è andata ancora peggio. I politicanti non sono alla portata delle gente e la gente non ne può più delle alitosiche esternazioni dei politicanti. La campagna elettorale si è improntata sulla reciproca offesa, sul vicendevole dispetto mediatico e sullo sventolamento pubblico dei rispettivi fantasmi. La destra che si fa gli affari suoi e la sinistra che protegge gli affari della destra. Ma non è che la sinistra spalleggi la destra per complicità recondite. Lo fa perchè non sa e non può fare altro. E' vuota, è cieca, è sorda, ma non è muta. A costo di dire delle vacuità, delle scempiaggini, dice. Dice sempre, ma di cose vecchie, dispettose, pettegole. Nulla di originale, nulla di nuovo, nulla di giovane. Non riesce nemmeno ad essere l'opposto della destra, ma solo una brutta copia piena di errori e storpiature. L'altra triste constatazione è che il popolo italiano riconosce il proprio modello di riferimento in Berlusconi. E' una libera scelta che va rispettata, ma quello che stupisce è constatare che la gente ha ancora bisogno del padrone, del duce, del capitano. Un popolo che demanda, che fa spallucce dinnanzi ai problemi della propria nazione, un popolo avvizzito dal clientelismo, dal condonismo, dal calcio corrotto, dalla sete di successo e denaro e dalla negazione della propria storia. Un popolo che non ha memoria e non ha le palle per far valere il proprio diritto ad autogestirsi. Non so se interpretare l'astensionismo come segno di protesta o come sintomo di cieca condiscendenza e timore del cambiamento. Nel primo caso si tratta di una forma di protesta comoda, piena di scusanti e menefreghismo. Una incancrenita voglia di lasciare che gli altri - i politici e gli altri cittadini - capiscano da soli quello che non va a chi, mischiandosi nella folla, tace pubblicamente e si lamenta privatamente del marcire del proprio paese. Ma come si può pensare che i politicanti - specie se disonesti e quindi inclini alla sordità ed al disinteresse del bene comune - possano capire il malcontento, se sono anche loro gli artefici di tale malcontento? E' un atteggiamento almeno stupido, per non dire complice di quegli stessi politicanti truffatori. Votare Berlusconi ancora una volta, riconoscendogli dei meriti, o solo per paura di cambiare responsabilmente, indica che non si è ancora pronti per la libertà vera. Che non si ha il senso del diritto e della giustizia e che nel proprio futuro ci vuole sempre qualcuno che dica cosa fare, dire e pensare. Si riconosce, in definitiva, la propria natura di schiavi con la TV digitale. Non si acquista la libertà quando non si è liberi di scegliere e decidere e, purtroppo, gli italiani non sono liberi. Non sanno scegliere e tantomeno decidere. Qualcuno, tempo fa, pensava che l'Italia si sarebbe liberata dal bastone e dalla carota, ha dato la propria vita per questa convinzione e i padri della nostra Patria hanno creduto fermamente che saremmo stati in grado di essere un popolo. Hanno sbagliato; miseramente! Oggi si vergognerebbero di tutti noi. Valore al mio voto
- da Giorgio Beltrammi
Ho votato Di Pietro e l'Italia Dei Valori in tutte e tre le schede elettorali. Ho dato a lui e al nostro partito, il mio voto anche nelle precedenti elezioni e ne vado fiero. L'ho chiamato "Nostro Partito", anche se non ne sono un tesserato, perchè credo che sia l'unica scelta che possa arginare la marea di liquame che stà affogando il Parlamento Italiano. Nessuno è libero da colpe e difetti e nemmeno Di Pietro lo è. Ma è un uomo che qualcosa ha fatto per il suo paese e ci crede. Io ci credo. Spero che l'Italia Dei Valori non ceda alle facili profferte di un alleato politico malandrino e vagabondo, fatta di uomini vuoti e inclini all'essere trainati da qualcun'altro ed a farsi gli affari propri. "Meglio soli che male accompagnati" è un detto secolare, ricco di valore, uno di quei valori che il Partito che ho votato, cerca di far tornare nei cuori e nelle menti delle persone. Vorrei solo che Di Pietro non commettesse il solito errore per il quale, pur di sedere su una di "quelle poltrone", cedesse a compromessi e vergogne di cui siamo saturi. Meglio molto tempo e trionfare a tempo debito, che franare miseramente in compagnia di chi è franato già troppe volte. Antonio Di Pietro, se vuole ascoltare una opinione di un quasi 50enne qualsiasi, tenga a mente l'antico detto, ricco di valore, "Chi fa da se, fa per Tre". Complimenti e Auguri a tutti i Valorosi 
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